sexta-feira, dezembro 07, 2007

Marco Cipollini: Poesia e Società. Con fraterno-proverbiale viatico di Claudio Di Scalzo

Marco Cipollini: Poesia e Società. Con fraterno-proverbiale viatico di Claudio Di Scalzo
04 Dicembre 2007
Nel n. 108-109, pp. 93-104, della rivista Erba d’Arno, da poco uscita, è comparso questo saggio di Marco Cipollini, nostro incandescente collaboratore. Lo pubblichiamo volentieri perché ci piace e i motivi sono diversi. Primo perché la linea anti-moderna è giusto abbia un'eco. E se lo scrivo io, cresciuto con l'avanguardia artistico-letteraria, forse sta a significare che giunta l'arte al corpo umano venduto essiccato (vedi il "Trattatello rivoltoso de l'uomo di Fucecchio" sempre in questa sezione del giornale) in mostre per miliardari dal portafoglio a fisarmonica e ridotta la poesia al vuoto accademismo al post senza posto formato supposta nel librino pubblicato, il premio fritto, o la cattedrina universitaria e editoriale caramellosa, probabilmente la selvaticheria tradizionalista di Cipolini ha qualche ragione dalla sua. Secondo: perché è scritto bene, si mangia con gusto, (facile mio riferimento pane-prosa) non essendo il solito cibo precotto. Terzo: Cipollini ha il senso dell'umorismo, ma la sua ironia non è inacidita e distruttiva; anzi, tende a costruire un solido piano di conoscenza su cui valutare la poesia, dato che, quarto punto: Cipollini è poeta vero e concreto, con una bibliografia che, chi si prenda la briga di darci un’occhiata nel suo sito web, può lasciare di stucco, toscanismo, essendo l’autore di un grandioso poema epico in esametri, Sirene, il quale non è paragonabile, come impresa e talento anche narrativamente in versi espresso, a nessun’altra opera di poesia contemporanea che conosca. Mi ricorda l’impresa di Horcynus Orca di Stefano D’arrigo. Chi ha scritto Poesia e società sa dunque di cosa parla - vedi su Tellusfolio anche il suo Decalogo di poesia - perché, come si dice, conosce i suoi polli, proverbio caro al Giusti di Monsummano, e non teme di dire pane al pane. Proverbio diffuso a Fucecchio. E in una lettera, ricevuta da me l’altrieri (sto citando Dossi, sono in Lombardia), Cipollini aggiunge: «Tutto questo perché occorre restituire alla poesia la sua intera dignità: artistica, conoscitiva, spirituale. E la battaglia sarà lunga e dura».
Bel programma. Tellusfolio può registrarne scia e fiammate. Anche delle code di paglia. Ampiamente diffuse fra i giovani che non distinguono una similitudine da un ossimoro! Essi combattono una personale battaglia contro il passatismo in attesa che i poeti laureati di oggi, (c'è il tipetto tutto università e film di area romana poi quello con la scrivania alla Mondadori e il bis alla Stampa poi altre decine di universitari e direttori di collane per traduttori e riviste crocettate e via andare col culetto foderato di buone letture e dorato da cento strofinamenti anche pericolosi), ohibò,... li premino in qualche antologia. E diffuse, le proverbiali code pronte a incendiarsi, anche fra i poeti anziani che cercano nel gerovital delle prefazioni, a centinaia, di mediocri plaquette e blog iperletterari, la loro lunga e morta vita di poeti alla moda per tutte le mode.
Claudio Di Scalzo
MARCO CIPOLLINI: POESIA E SOCIETÀ
A - Siamo un popolo di poeti, di santi, di navigatori (di faccendieri, ecc. ecc.). La formula triadica non è banale, perché collega gli sconfinati orizzonti ulissiaci a quelli ancor più illimitati del cielo per mezzo della parola poetica: il DNA è dantesco. Cominciamo dai navigatori. A parte le lunerosse e i mascalzonilatini, che ultimamente hanno fatto acqua, questa nostra virtù è naufragata da troppo tempo. I santi, no: basti la figura conclamata di san Pio. Quanto ai poeti, alcuni di alta levatura ne abbiamo avuti, fino a una, due generazioni fa. Attualmente son di molto elaudati dei “grandi vecchi” (e “vecchie”, se le signore consentono), ma l’attributo è immeritato: sono tutti/e autori mediocri, destinati a un prossimo “purgatorio”. Dei buoni ed eccellenti poeti del secolo testé defunto, i nomi si sanno (ma voglio ricordare qui Betocchi). Si può notare come già in essi, in chi più in chi meno, si fossero ritirati allo spasimo quei metaforici orizzonti marini e celesti. Tale restrizione non va imputata per intero a loro, ma anche alla società che essi hanno ben rappresentato: la totale aderenza ai tempi, come esigono le moderne tavole dei valori, è stata una generale debolezza della nostra letteratura, e non solo di quella recente. L’autore forte, al contrario, i suoi tempi li “tradisce” (latinamente: li consegna alla Storia distaccandosene). Stando più terra terra, siamo un popolo di ex contadini, di artigiani, di impiegati, di camerieri, che fino a un secolo e mezzo fa ha lustrato gli stivali ai popoli più uniti e marziali. Dal ’500 in poi la Grande Storia è passata alta, molto alta sulle nostre teste chine, così che all’epos, al dramma, alla tragedia, abbiamo preferito il melodramma ghirigorgheggiante. Il nostro cinema attuale è lo specchio deprimente di questa mediocrità civile, culturale, spirituale. La poesia recente è quindi un’inondazione elegiaca, senile, miseramente prosaicizzata, nebbiosa nella forma e nei contenuti.
B - Ma se i grandi poeti sono solo un ricordo, i minimi ed infimi fanno concorrenza alla sabbia del Tirreno. Non è offensiva la definizione di “minimi ed infimi”, perché dal momento che un autore rende pubblici i suoi versi deve sopportarne una valutazione. Gli rimanga dunque l’appellativo di “poeta” (spessissimo immeritato), ma l’attributo è inevitabile. È penosamente ridicolo quanto si sente dire che “un poeta è un poeta”, in senso assoluto, come se si trattasse di un oggettivo patrimonio genetico. Questo dimostra quanto da noi la poesia sia considerata un passatempo soggettivo, di nessuna considerazione. È infatti da notare come nell’Italia odierna la poesia sia parificata a un esercizio di pura ascesi, non svolgente alcuna funzione comunitaria. Si tratta infatti, per la massima parte, di una lirica personalistica, se non solipsistica, se non autistica, specializzata nei “fatti propri”, i quali non si vede come possano interessare una società, tanto più che la nostra è un conglomerato di individui individualisti. Si calcolano in un milione le anime italiche che oggi si fregiano del titolo (senza valore legale) di Poeta. Un altro dato, solo in apparenza contraddittorio, è che i libri di poesia venduti siano un numero non tanto irrisorio quanto risibile; e si dice dei titoli immessi nel mercato dalle case editrici importanti, perché i libretti di similversi emulsionati dal milione di sedicenti poeti finiscono tutti regalati. Teatrino condominiale, scena le scale: “bongiorno, sa, avrei scritto un libro, questo… son poesie… Le interessa?” “Bravo, bravo! Le fa onore in questo mondo materialista! Ma sa, non ho mai tempo per leggere!” E giù a rotta di collo. Sipario. Il porgente libretto allora finisce per regalarlo a destra e a manca, insistendo; ma pure così, con in mano questo infante di carta abbandonato, nessuno sa che farsene. Lo si riceve con raccapriccio, come il moccichino dell’appestato, presagendo che presto l’autore, subsorridente, ne chiederà un giudizio “sincero”… Guai a darlo! La menzogna sarà patente, poggiata su espressioni impegnative quali “interessante”, “complimenti”, mentre nella schiena scivoleranno fredde gocce di sudore. Odierete l’autore per avervi costretto a mentire, e così male. Pertanto il ricevente cambierà le sue più minuziose abitudini per non incontrarlo. E comunque una immensa caterva di detta carta stampata finisce nella bocca di Moloc dei premi di poesia (vedi N, O, P, Q) che tutto trangugia digerisce ed espelle. Se cenere noi fummo e cenere torneremo, questi pseudoversi cellulosa furono e cellulosa torneranno, velocissimamente. Panta rheî.
C - L’ultimo periodo in cui la poesia ebbe in Italia una riconoscimento nazionale fu l’800, fino alla prima guerra mondiale. Basti rammentare la triade Carducci (il vate) D’Annunzio Pascoli. Non si valutano qui i valori poetici, ma quelli comunitari. Dei loro libri si vendevano, nel risicato mondo dei lettori di allora, migliaia e anche decine di migliaia di copie. A leggerli oggi, tanti di quei versi vaticinanti cascano di mano, se non finiscono sbattuti contro il muro. Il vate riflette i valori della società; se questa è mediocre, figuriamoci il riflettore. Ma un Virgilio, imperialista quanto si vuole, regge benissimo. Dante, vate e profeta sommo, nessun potere laico e religioso lo beatificò, anzi, lo crocifisse. Mentre Petrarca fu laureato poeta in Campidoglio (non da Veltroni), Dante non vinse mai una targhetta o una coppina a un concorso di poesia: eppure quanto girò per l’Italia. La cosa la dice lunga sui rapporti tra poesia e potere: la poesia è apprezzata se unge o almeno non disturba il potere. Inoltre, se poeti si nasce in qualsiasi epoca e società (a parte quelle talebaniche), vati, veri vati, lo decide il fato. Le “finestre” fatali però sono pochissime, ristrettissime nel tempo. A fare il vate ai giorni della nostra gioventù ci volle provare P.P.P. sul “Corsera” ed ebbe vasta risonanza. Il fatto è che i suoi proclami in similversi contro i tempi scellerati non avevano nulla, ma proprio nulla a che fare con la poesia (cfr. EdA n. 106, p. 25); furono mera tromba ideologica: ecco perché sirenizzavano gl’italiani, popolo biecamente impolitico ma/perché visceralmente ideologico.
D - Il poeta personalistico/solipsistico/autistico (da qui in avanti, persopoeta) è talmente inflattivo che il suo valore di mercato è nullo. Come si è finiti in questa sovrapproduzione emorragica? La causa principale sta nel fatto che l’estetica, sempre più politicizzata, socializzata, ecc., ha sfondato tutti i recinti formali e culturali del far poesia: chiunque, con carta e penna, può scriverne nel tempo libero, come viene viene. Basta che sia sincera, e magari — questo le dà un crisma superiore — sofferta; anzi, la mancanza di ogni requisito formale ne garantisce la democratica genuinità. Già scrivere un breve racconto presuppone un qualche impegno compositivo, una elaborazione verisimile di vicende e di personaggi. Invece per buttar giù degli pseudoversi basta essere sinceri ed espellere inchiostro; se poi risultano poco chiari nel senso e approssimativi nella sintassi, tanto meglio: di certo sono più immediati e ispirati, più “attuali” (?). Dopo di che, rileggendoli, lo scrivente ha come un attimo di beato smarrimento, e dice a sé stesso: “ma allora… anch’io sono un poeta!” E che era il più fesso?
E - È dunque comprensibile che la gente si rifiuti ca-te-go-ri-ca-men-te di leggere la persopoesia, e purtroppo né anche quella suprema del passato e magari di tradizioni letterarie diverse. La gente però riempie le piazze e le chiese per ascoltare la Divina commedia dalla bocca di un comico qual è Benigni o di un letterato eterodosso com’è Sermonti. Eppure Dante è difficile, il poeta difficile per antonomasia; ma comprime significato in ogni sillaba, e ogni sillaba è poesia spellata. (Lo sapevate che quel tizio che ci guarda austero dalle monete da due euro non è più insegnato nelle università italiane, nemmeno in quella fiorentina? Lo è invece all’estero, specie nell’area anglofona, dove si trovano oggi i suoi studiosi più seri. La cosa fa pensare, vero?) Perché leggere dunque della persopoesia quando si guadagna in salute corporea e mentale passeggiando lungo l’Arno o in un bosco cinguettante? Ah, la poesia della natura! Peccato per quelle migliaia di alberi trasformati in cellulosa su cui scrivere degli pseudoversi che lamentano la distruzione degli alberi cinguettanti… È così che la persopoesia coltiva le sue geremiadi ecologiche. Per questo i Verdi la odiano quasi quanto i cacciatori. Comunque l’Italia è molto avanti nel riciclo della carta, a cui tanto contribuisce l’editoria persopoetica. Ancora una volta, panta rheî.
F - Sono tre le ragioni fondamentali per cui la poesia è divenuta marginale nella società odierna (massime in quella italiana, meno in altre europee). La prima è che la società massmediatica fa tutt’uno con lo Spettacolo (a ogni livello: sport, politica, pettegolezzo, varietà, rock oceanico o baleristico, tavole più o meno rotonde, ecc.), e quindi va benissimo avanti a televisione e cinema: beatitudine di occhi e orecchi in presa diretta, senza bisogno di decodificazione e riflessione, il tutto ingurgitato e digerito. Ma anche secoli or sono, mi direte, quando eravamo un popolo di poeti ecc., la massa illetterata mica leggeva; in chiesa ascoltava le omelie mentre, in simbiosi semantica, capiva i relativi affreschi (oggi invece, passandoci davanti con la guida rossa del TCI, ci pilucchiamo poco). La TV come odierna biblia pauperum? Mettiamola pure così, a parte il piccolo dettaglio che c’è una certa differenza tra la bibbia e la marea di cretinate & pubblicità che dallo schermo ci trabocca sciabordante ai piedi. In realtà se un rispecchiamento col passato si vuol fare, bisogna oltrepassare la civitas medioevale, ristretta coesa religiosa, e confrontarsi con le plebi tardoimperiali, mareggianti negli anfiteatri e negli ippodromi. Quanto a violenza, forse il conto non è a nostro favore.
G - La seconda ragione è che la persopoesia in effetti non dice niente: è uno sfogo scritto, spessissimo, da persone che non hanno mai letto seriamente poesia né, salmisìa, i classici. Sono pertanto del tutto sincere, senza alcuna mediazione culturale. Ed è questo che oggi conta, dato che lo scrivere versi non fa più parte della letteratura, ma è pratica psicoterapeutica. Perché dunque spendere dieci euro per sfogliare il niente? Meglio una pizza, c’è più sapore e sostanza. (Dite che io sia cattivo?! Ma no, è il medico pietoso che fa la piaga puzzolente…) Allora perché se ne stampa tanta di questa roba se la considerazione comune fa del poeta un illuso nulladicente? Il motivo è che moltissimi persopoeti sono narcisi il cui libretto gli fa da specchio. Se poi riescono a strappare a un “esperto”, a volte in combutta con la cassa editrice, una prefazione nulladicente o, meglio ancora, una recensione prona alle loro immodeste aspettative, tutto ciò dà loro sicurezza esistenziale. Ma guai se in detta recensione spunta una scheggia stitica di critichina! L’estensore sarà odiatissimo per tutta la vita. A un persopoeta parlate pure male della mamma sua, ma non della sua poesia. Resosi il buon Dio latitante e non essendoci più alcuna saldezza metafisica, la recensione è per il persopoeta una carta d’identità con valore ontologico, e gli fa dire guardandosi allo specchio del bagno: “tu sei un Poeta, sta scritto. Il tuo nome rimarrà!” Cenere e cellulosa…
H - Aggiungeteci poi che non pochi editori vivacchiano esclusivamente stampando pseudoversi, gravandone le spese sul groppone del colpevole. Esiste un linguaggio di contatto ben codificato per accalappiare il persopoeta. (Si consideri che lo scrivente pseudoversi è un aspirante persopoeta, e che tale invero diviene con la pubblicazione.) Si parte dall’annuncio sui giornali: “Importante casa editrice intende selezionare venti nuovi autori da lanciare [nell’abisso] ecc. Mandate il vs. dattiloscritto, max. pp. 60.” (Non si capisce perché nella loro collana ne sfunghino poi ogni anno duecentoventi…) Quindi, passati venticinque giorni dalla ricezione del plico persopoetico, tanto per dare l’idea che sia stato letto e ponderato, la risposta prestampata: “Ci felicitiamo per la Sua opera, che è stata selezionata severamente ecc. ecc. Quale parziale contributo per l’edizione Le chiediamo il simbolico importo di… (segue cifra a tre zeri)”. Questi editori specializzati e l’orda mongolica dei premi di poesia si stringono soddisfatti la mano nella promozione della persopoesia, e talora son tra loro collegati nel business.
I - La terza ragione, quella storicamente più accidentata, è la basilare. Bignamizzando. Nel secondo ’800 i poeti furono sempre meno considerati dalla società borghese, produttiva e prosaica. Così molti di loro, zingarizzati, per ripicca presero a disprezzarla, operando una scelta di gusto rigidamente elitaria, schifiltosa. Questa lirica verticistica finì per ritenersi una rivelazione gnostica per pochissime anime elette, e quindi godé nell’essere difficile, in realtà più nell’espressione che nei concetti, spesso di un nichilismo d’accatto. Ciò la condusse in due direzioni, tra loro meno divergenti di quanto sembrino, entrambe connotate da un eccesso: di intellettualismo e di irrazionalismo (questo prevalente). Un passo ulteriore e vennero fuori le avanguardie artistiche e letterarie. Erano cricche giacobine (dx. e sin.), snobistiche e prevaricatrici, che ghigliottinarono il buon gusto e le regole consolidate in quanto “borghesi”; per cui — anche contro il loro “duro” proposito iniziale — da due o tre generazioni tutti si sono sentiti autorizzati a far di tutto, abolendo ogni studio e preparazione, ogni cautela critica, ogni comune senso del pudore. Da notare che, una volta arrivato al già demonizzato potere — sia come accademico d’Italia (Sua Eccellenza Filippo Tommaso Marinetti) sia come accademico di Genova (Edoardo Sanguineti, ormai promosso “grande vecchio” della poesia) — l’avanguardista si cangia in un rivoluzionario medagliato e quiescente. Del resto questo meccanismo dello scivolamento dal vertice dei “duri e puri” al fondo dei “tutti e brutti” è una costante delle rivoluzioni. Il sec. XX è stato il periodo nel quale, come nessun altro nella lunga vicenda umana, il connubio d’Idiozia & Intelligenza ha generato mostri intellettualistici, e quanto più tali tanto più idioti. L’apice teratologico si è raggiunto in campo artistico, dove il perseguimento della bruttezza è divenuto il nuovo, perbenistico canone estetico. Oggi la borghesia digerisce tutto, anche la merda in iscatola. Quanto alla poesia, la foia è pandemica, l’ignoranza è sovrana: tutti scribacchiano, nessuno leggiucchia. Ma è così bello essere tutti eccezionali! Risiamo, a pieno titolo, un popolo di poeti... o di persopoeti? In fondo, che differenza c’è?
L - Avrebbero dovuto agire le bande partigiane della critica militante, e a volte ci hanno sparato sul pianista impazzito; ma quasi sempre questi gruppuscoli di attivisti (talora scrittori frustrati) si sono aggregati caninamente alle avanguardie per elaudarne l’abbagliante oscurità, la rivoluzionaria insignificanza. Purtroppo, fomentatori di persopoesia sono stati anche poeti di primissima categoria, come il canuto Montale: la sua scrittura senile, autoflagellante, ha sortito esiti d’imitazione dilaganti, libidici. Parallelamente una critica dilettantistica e supponente ha raggiunto livelli di vaniloquio stratosferici, e quindi, nella sua iperbole discendente, si è afflosciata, si è fatta afona. La critica! È come la novella dell’imperatore che se ne va in giro in mutande: e chi si azzarda a dire per primo che è nudo? Tutti hanno finto di capire tutto, hanno straparlato di tutto. Se ai posteri giungeranno alcune delle recensioni geroglifiche e iperbarocche di questi ultimi decenni, ridicolmente infarcite di termini tronfi, astrusi, insulsi, leggendole si bagneranno le mutande chiedendosi quale ne fosse il corrispettivo antropologico. Il buon Alfonso Berardinelli giustamente si stizzisce con la scuola che, da perfetta burocrate, tecnicizza la lettura della poesia, assassinandola; ma anche lui a suo tempo (e tuttora) non si è stizzito abbastanza nel binocolare il nostro orizzonte poetico. Il fatto è che far critica militante è un andare alla guerra e la guerra esige sul terreno cadaveri sforacchiati, con nelle piastrine nome e cognome. Un critico onesto si fa cataste di nemici, a vita. I proclami sulla [sospirare!] Decadenza dei Tempi si fanno dunque in astratto. E poi oggi siamo tutti pacifisti, non si deve sparare a nessuno. Non è poeticamente corretto.
M - La poesia, in sostanza, si è resa marginale per le medesime ragioni per cui si è resa impopolare la musica sedicente classica, la pittura e la scultura. Per ogni tecnica di espressione la scansione involutiva è stata peculiare; ma il risultato complessivo ha comportato la totale indifferenza collettiva nei loro confronti. A che serve la poesia? A niente. Quanto alla musica ex classica, dopo i fuochi a mare del tardo romanticismo, si è scivolati nell’alzheimer delle nuove sonorità: arte ormai catatonica, rimbambinita, di cui, giustamente, non cale più niente a nessuno, eccetto i sordi. L’altro braccio della bilancia musicale ha compensato popolarmente con il rock e affini: la vita vivente oggi, se vita sia la rockagitazione dionisiaca, passa nel tritaorecchi dei decibel impazziti, magari con un pizzico di droga. Mentre un tempo la musica “leggera” era al servizio del ballo, questa qui, “pesante” assai, fa tutt’uno con lo sballo. La pittura è stata apripista nello sfondamento verso la modernità. Ha lasciato, prima alla fotografia e poi al cinema e alla TV, l’incarico di rappresentare la molteplice realtà umana, e quindi si è totalmente depravata e rincretinita con gli Ismi. Le “cose” che può fare l’artista odierno sorpassano alla Schuhmacher qualsiasi limite di decenza, di demenza. Oggi chi metta piede in una mostra d’“arte” può capitare nell’anticamera di un manicomio. (Finché il mercato tira…) La poesia-fai-da-te, questa minestrina (sul dado) espressiva, rimane se non altro incatenata a un ordine semantico condiviso. Insomma, non servirà a nulla e non dirà anche nulla, ma in qualche modo lo deve pur dire.
N - Ed eccoci alla giostra dei premi letterari. Reggetevi! È un ciclone di migliaia, centinaia di migliaia, di milioni di fogli impoetati che gira e vortica di continuo, anno dopo anno, stagione dopo stagione, spostando i detti fogli da un premio all’altro, da un’illusione all’altra (previa pagamento, per sopperire “in minima parte” alle spese organizzative, di € 10,00 o anche 20,00 per ciascuna sezione a cui si partecipa). Non è mai stato condotto, che io sappia, uno studio statistico o sociologico su questa perenne bufera cartacea, ben superiore a quella che sbatonzola di qua e di là Paolo e Francesca nel V dell’Inferno. È un uragano di pseudoversi che rammulina attraverso l’Italia, da nord a sud, da sud a nord, complici le patrie poste, e ora anche quelle elettroniche. Va bene, direte; se la cosa va avanti, vuol dire che una ragione ce l’ha, che sopperisce al bisogno tanto umano di “esserci”. E con un sussulto d’orgoglio: “la gente è affamata di poesia!” Macché, lo è solo della propria. Il persopoeta si toglie la fame cannibalizzandosi. Abolire di colpo TUTTI i premi letterari sarebbe la nostra più grande rivoluzione culturale, da far impallidire quella maoista. (Solo che le BR leggessero EdA, saprebbero dove piazzar le bombe!)
O - Vero è che ci sono i premi e i concorsi davvero seri (rari) e quelli, la gran massa, meno o per niente seri, fin anche ridotti a escrescenze culturali della sagra della porchetta o del fagiolo solfino. Sono concorsi da dilettanti allo sbaraglio, al massacro, organizzati da sonnacchiose associazioni indigene per non morire d’inedia o, uno o due gradini sopra, dal locale assessore alla cultura, che li patrocina magari per far venire all’ombra del proprio campanile il Personaggio Famoso — basta che l’assegno sia allettante, non guarda in faccia fagiolo o porchetta — così da condividerne l’ombra gloriosa per una mezza giornata (meglio se preelettorale). Si precisa che gli unici concorsi seri sono quelli che: 1°, non chiedono moneta ai concorrenti; 2°, che ai vincitori dànno qualcosa di concreto, come (decrescendo): a) un assegno; b) la pubblicazione singola del testo; c) la pubblicazione antologica del testo; d) l’ospitalità (albergo, ristorante); e) non l’autarchica coppetta del Graal, ma un’opera più o meno artistica creata per l’occasione. Quante più di queste elargizioni coesistono, tanto più serio è il premio. Attenti: l’assegno è il discrimine fondamentale nella valutazione critica di una poesia. Relegato in cucina per gli arrosti l’alloro poetico, oggi è il denaro a significare il vero riconoscimento sociale. Una poesia che vince mille euro vale oggettivamente cinque volte di più di una che ne incamera duecento. La triplice scaletta dei premi, con assegni seccamente discendenti, è quindi doppiamente umiliante per il 2° e il 3° (non) vincitore. Tuttavia il denaro è un blando analgesico.
P - Ah, voi componenti la giuria, come non invidio i vostri sudori! E voi, amabili signore giurate, come vi porgete scollacciate a dare del tu al Personaggio Famoso! “Oh Gianni, caaaro, che ti sembra questo poema?” Francamente al Gianni metropolitano (“ma sì, è bello”, ciglia languide) non gliene cale un tubo di questa o di quella scartoffia, e ancor meno dello scollo: non vede l’ora di correre alla stazione, intascato l’assegno. Il Personaggio Famoso è caratterizzato da una fretta crescente (adocchia sempre più spesso l’orologio) e il suo sorriso più sincero lo elargisce al volontario che in macchina lo tradurrà al treno. È noto che la massa di soldi necessari a tener su il baraccone concorsuale non è devoluto in premi, costituiti quasi onninamente da targhe e coppe orripilanti e da diplomi in similpergamena distribuiti a man bassa, e talora lanciati come pagnotte ai partecipanti allupati, bensì per foraggiare i congiurati. La giuria è il fiore all’occhiello del concorso: è il fine del concorso. A volte vi è incastonato un nome fatamorganico, dato l’ambiente microprovinciale; ebbene potete scommettere che al momento dell’“apertura dei lavori”, si alzerà il presidente per annunciare tristanzuolo: “siamo spiacenti, ma Pinco Pallino non è potuto venire per gravi impegni sopravvenuti all’ultimo minuto”. Tutti scuotono la fronte per significare in apparenza “oh come ci dispiace”, ma in realtà (nota gli sguardi sghembi) “si sapeva”. Il nome veramente famoso è sempre un ectoplasma, un’idea platonica aleggiante sui miseri mortali presenti alla premiazione. Occorre aggiungere che quando c’è — “C’È! C’È!” — il Grande Poeta, il quale gratifica con nove secondi del suo sorriso pensoso e connivente il Vincitore Ignoto, non ha letto niente del beatificato?
Q - Altro modo di risucchiare in provincia il Personaggio Famoso è quello di premiarlo direttamente, con il Riconoscimento alla Carriera. Il Poeta Maiuscolo, come il safarista di vecchia memoria attaccava alle pareti penosissime chiorbe di tigri e di giaguari, colleziona a coppia trofei di due tipi: monumentali e monetari. Dei primi, le solite coppe e trofei però platealmente voluminosi e di ben altro livello artigianale che non gli aborti di latta rifilati ai miserabili concorrenti, non sa che farsene… O li scaraventa dal finestrino durante il viaggio di ritorno o li accatasta in cantina. I più concreti trofei monetari (immancabili!) vanno a impinguare il bilancio familiare, di solito non trionfale. Da notare che tra i Poeti Maiuscoli, tutti massonicamente irragnatelati nelle più cospicue giurie nazionali, vige un rigoroso do ut des, e che dunque i suddetti aderenti al Grande Oriente Poetico d’Italia pareggiano di continuo i conti tra di loro. Non scherzo: si tratta di una fisimosa partita doppia con i nomi e le cifre ripartiti tra il dare e l’avere. E se è arcinoto che i carmina non dant panem, è pur vero che a certi livelli forniscono un discreto companaticum.
R - Non stupisce che la massa massmediatica sia ignorantella e che, se mai legga ogni tanto qualche libro, questo sia un insulso bestseller conculcato — è tautologico — dai massmedia. A sbalordire è invece l’ignoranza crassa e smargiassa di tante persone sedicenti cólte. Voi non v’immaginate quante ce ne siano di abissalmente ignoranti! La pergamena di laurea è un alibi: ci fai un buchino e dietro ci vedi il Niente. È un grande merito della democrazia aver dato a tantissime creature la possibilità di conseguire un titolo di studio. Ma ne è uno dei punti deboli l’avere appiattito i valori culturali — il profeta di tale disastro fu Alexis de Tocqueville, — ritenendo che qualsiasi gerarchia spirituale sia un relitto “aristocratico”, se non un attentato alla conformazione ugualitaria del formicaio. È vero l’esatto contrario. Una società democratica senza una sana gerarchia (sottolineo gerarchia) di valori alla lunga non regge, è destinata a una dittatura (politica, spirituale, economica, massmediatica). Quando un bestseller insulso riesce a imporsi nella massa dei lettori a centinaia di migliaia di copie, vuol dire che ha vinto la demagogia, non la democrazia, la quale non può che basarsi su una forte coscienza critica individuale.
S - Il fatto è che è crollato il concetto di cultura, id est di alta cultura, la quale è sempre faticosa da metabolizzare e ripaga sempre a lungo termine. Oggi, la gente non vuol durare fatica, vuole subito risposte facili su tutto, e il telequiz ne è l’espressione più compiuta e rituale. Domanda: “qual era il nome di Garibaldi? Giangastone? Neottolemo? Casimiro? Giuseppe?! Bravissimo, Giuseppe! Ha vinto cinquantamila euro!” Perché durare fatica a studiare? L’assunzione quotidiana di cultura sta nel piazzarsi davanti a uno schermo (TV, cinema, internet) per divertirsi, magari sgranocchiando popcorn. È l’epoca del “detto e fatto”, del “tutto fa brodo” e la cultura media è dunque televisiva. È in auge la cosiddetta cultura materiale: la cucina (imperatrice dei programmi mattutini), il corpo, la moda, il sesso, il gossip, il lifting, il trekking, il rafting, il racing, e giù a catafascio, ché meno si capisce e più fa brodo. A essere intervistati in TV sono gli esperti (seriosissimi) del massaggio, del formaggio, del miraggio, del piumaggio, del sondaggio, dello scarafaggio, dell’ortaggio, del giardinaggio, dell’arbitraggio, del tatuaggio, del paesaggio, del lavaggio, del boicottaggio, del canottaggio, del riciclaggio, dello strozzinaggio... Tutto fa aggio sulla cultura. È questa la cultura propinata per ore e ore dai talkshows: chiacchiere (pubblicità), chiacchiere (pubblicità), chiacchiere (pubblicità)… Attenti! La nostra cultura comunitaria non solo è cementata dalla pubblicità — la nuova religione inconscia, per cui non esiste la morte, tutti siamo belli e felici basta avere i quattrini — ma è carne della sua stessa carne. È paradossale che un’epoca qual è la nostra, adoratrice della Spontaneità, sia dominata dalla Retorica pubblicitaria.
T - Perché questa è la triste verità: W la diffusione della cultura, purché sia divertente e non ci sia da faticare sui libri: e soprattutto su quelli che stanno alla base della nostra civiltà. Ci si riempie la bocca con la “difesa dei valori” e della “cultura occidentale”, ma mai come oggi, in ogni Paese europeo, si tralascia lo studio dei classici greci e latini, per non dire di quelli medioevali — vi fo ridere, vero? — rimasticati in citazioni di terzo o quarto grado. Invece si è cólti, non importa se poco o tanto, solamente se si leggono i buoni libri; e quali sono i buoni libri? Risposta semplice ed empirica: quelli su cui si fatica. E un altro punto. La vera cultura, quella che s’innesta sulla tradizione, è diacronica e verticale; mentre oggi prevale sbracatamente quella sincronica e orizzontale, che muta giorno per giorno, ora per ora, sorgendo e decadendo su sé stessa in un travolgente vitalismo (cioè apparenza di vita) che finisce per esaltare il senso del caduco, del nulla. La lotta fra cultura vera e cultura falsa è impari, disperata, perché anche qui vige quel vecchio principio dell’economia politica: la moneta cattiva scaccia quella buona. Come disse quel tizio: “bellezza mia, questa è la modernità!” E tuttavia, benché impari e disperata, l’unico onore è nella lotta.
U - Torniamo a capo, ma con un’altra prospettiva. Quale dovrebbe essere la funzione della poesia nella società postmoderna? Partiamo da una considerazione: che la poesia, la più antica forma letteraria, è l’espressione che più delle altre tecniche d’arte trasmette con chiarezza e profondità attraverso i millenni la cultura di un popolo. Se non avessimo i testi omerici, dei lirici arcaici, della tragedia attica, i monconi di statue e i ruderi dei templi classici sarebbero bellezza ammutolita. È attraverso la conoscenza dei miti poetici che noi possiamo ascoltarli. Un’altra considerazione. La nostra epoca sforna in quantità abnorme prodotti estetici e d’intrattenimento — dal rossetto per labbra al cinema — che, proprio nella logica del loro torrenziale fluire nel mercato, sono destinati a durare un giorno o, al più, un’intera mezza generazione. Le pellicole tradizionali si degradano di anno in anno, il loro restauro è lungo e costoso quanto quello di un grande quadro, così che il 99,999% del cinema “storico” se ne andrà perduto. Di rappresentativo cosa rimarrà alla fine del nostro tempo? Prima di rispondere, considerate che non si sanno più decrittare nemmeno i linguaggi elettronici di venti, trent’anni fa: colossali archivi a cui sono state tagliate le corde vocali dal progredire stesso della tecnica. Altro che il mattoncino graffito in sumero! Produzione è dissoluzione. A trasmettere una lirica basta un minimo supporto di cellulosa, quando addirittura non si memorizzi. Ancora un’altra considerazione. Se purtroppo in passato sono andati perduti quanti mai capolavori, così che il ritrovamento di un frammentucolo di Alcmane è da considerare una grazia grande, grazia ugualmente grande è che la superfetante massa di persopoesia (e di romanzeria usa-e-getta) vada al macero: è una selezione automatica, di cui ringraziare non il Caso, darwinianamente, ma il dio Oblio, lo sposo geloso della Memoria.
V - D’accordo; ma quale dovrebbe essere la funzione della poesia nella società postmoderna? La poesia è un atto gratùito della coscienza, non è un libretto d’istruzioni per come agire. Agisce ma sottopelle. Muta la nostra prospettiva della vita. Una poesia, per essere veramente tale ed efficace, deve essere chiara e significativa, anche se in modo misterioso. Attenti. Non può surrogare la religione, la filosofia, la politica, la scienza, ecc.. Quando lo fa, è cattiva poesia. Ben inteso, può trattare di religione, di filosofia, di politica, di scienza, e quant’altro si vuole, ma il suo fine è di mostrare il mondo in un modo che è suo peculiare (cfr. EdA cit.). Non ponete quindi alla poesia domande a cui non può, onestamente, rispondere. Mentre la religione, la filosofia e la scienza trasmettono una certezza dualistica (bene/male, vero/falso, reale/irreale), la poesia non lascia niente di squadrato in mano; anzi, dà e non dà, risponde alla vostra domanda con la stessa domanda, lasciandovi perplessi su quale sia la verità che cercate. Però vi dona questo: mentre la leggete, voi vivete il senso ambiguo ma reale della vita.
Z - In un’epoca in cui la società è manovrata da poteri immensi, spesso subdoli e incontrollabili, che incosciamente (e quindi con più efficacia) trasmettono modelli di comportamento e di asservimento, è necessario, anche più che in passato, coltivare una coscienza individuale. Non sto parlando del possesso di un decalogo chiaro e distinto: per questo c’è la religione, la filosofia, la politica, la scienza, ecc.. Dico il possesso di un senso dell’esistere, che sappia armonizzare le opposizioni che spesso ci dilaniano e che sono connaturate al nostro esserci, e dunque non rapportabili a una conoscenza dualistica; un senso che ci faccia percepire serenamente che “questa è la vita”, mortale e immortale. Il primo altissimo testo della letteratura italiana, il Cantico di san Francesco, ha risolto ciò in una prospettiva trascendente. Così anche Dante, con il suo paradigma totalizzante. Dopo di lui non c’è più risoluzione, solo constatazione. Ma una poesia può dare molto anche su un piano più modesto, purché conferisca senso a quelle cose di cui non possiamo darci una spiegazione. Bisogna averne coscienza, trovando un punto d’equilibrio tra noi e il mondo. La poesia aiuta, è fatta per questo. Un consiglio. Riprendete il filo della lettura poetica, che forse la scuola vi ha fatto male amare. Scegliete, per cominciare, un autore che in qualche modo vi calamita. Leggetelo con senso del ritmo, a voce alta, provate un pochino a memorizzare qualche verso. Noterete questo: che mentre di un quadro o di un film conservate una memoria episodica e sbiadita, le parole sono integre dentro di voi, più vive che sulla carta. Le parole non sono fatte di colori acrilici, ma di memoria, come ben sapevano i greci. Per comprendere una poesia profonda occorre dello studio. E voi studiate: non è divertente, è appassionante. Ricordate che una poesia la genera l’autore, ma la fa vivere il lettore. Cominciate a migliorare voi stessi. La società migliorerà di conseguenza.

Marco Cipollini
www.webalice.it/marcocipollini
FONTE: Tellus Folio - MORBEGNO,So,Italy

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