1916-1919: Allegria di Giuseppe Ungaretti
giovedì 17 aprile 2008 di Alessia Mentella
giovedì 17 aprile 2008 di Alessia Mentella
Considerato il “padre” di tanta poesia contemporanea, Giuseppe Ungaretti è il più noto e prestigioso poeta italiano, la cui figura costituisce un punto di riferimento essenziale per la nostra poesia nazionale.
La parabola poetica di Giuseppe Ungaretti, dai “versicoli” del Porto Sepolto (1916) alle poesie di Terra Promessa (1950), è stata indicata come una riconquista della tradizione lirica italiana dopo le esperienze crepuscolari e futuriste. Considerato il “padre” di tanta poesia italiana contemporanea, che continuamente sembra sempre rifarsi a lui, Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto, è il più noto e prestigioso poeta italiano, la cui figura costituisce un punto di riferimento essenziale per la nostra poesia nazionale.
Il poeta, rappresentante delle più feconde esperienze letterarie del Novecento italiano, crea, attraverso la sua opera, nuovi collegamenti con la tradizione poetica gettando le basi per l’esperienza più interessante della poesia contemporanea non solo italiana.
Risalendo dal Leopardi al Petrarca, in un continuo viaggio interiore tra i sentimenti e la memoria, Ungaretti punta sulla linea della poesia italiana ma interpreta la tradizione in un senso tutto suo personale. Al di là della tecnica e della metrica, il poeta troverà la sua ispirazione in fatti e valori universali, partendo però sempre dalla propria esperienza personale. L’opera di Ungaretti è infatti così connessa con la sua vita che non si può parlarne senza farvi un continuo riferimento. E’ questa la nota caratteristica, ciò che immediatamente salta agli occhi nella personalità di questo poeta.
Contemporaneamente cerca di unire alla sua modernità l’immagine classica che si ha del poeta, cioè di colui che prova a trasformare in versi la propria esistenza. Tuttavia il tratto autobiografico delle sue opere non è sterile registrazione di fatti quotidiani della vita, ma rivela il senso più profondo del racconto di se stessi nelle occasioni esistenziali. In Ungaretti dunque, vita e poesia coincidono in un dialogo senza intermediari tra l’io del poeta e la realtà.
“Il punto di partenza della poesia è la disperazione spinta ai suoi estremi”. Sono le parole di Ungaretti che indicano la caratteristica spirituale che è alla base della sua poesia.
Per entrare nell’opera di Ungaretti è necessario partire dalla sua concezione dell’uomo visto come “uomo di pena”, creatura generata e vissuta nel dolore. Proprio nella sofferenza però, l’uomo recupera i suoi sentimenti elementari, avverte la meraviglia di ogni oggetto che lo circonda, frammento di quell’ “immenso” che è gioia e allegria.
Tra questi due poli, l’allegria intesa come vitalità e il dolore, si snoda la linea dell’ispirazione ungarettiana e della sua spiritualità poetica. Questi due poli poetici sono perfettamente rappresentati dalla prima raccolta di Ungaretti dal titolo Allegria (1931), che comprende la prima fase della produzione poetica ungarettiana. Confluiranno infatti in questa raccolta le liriche de Il porto sepolto (1916) e di Allegria di naufragi (1919).
Arruolatosi, durante la Prima Guerra Mondiale, come volontario in un reggimento di fanteria, il poeta è inviato a combattere sul Carso ed è qui, sul fronte, che nascono nella loro forma originale e inconfondibile le liriche pubblicate poi ad Udine alla fine del 1916 con il titolo Il porto sepolto. Le trentadue liriche, tutte accompagnate da precise indicazioni cronologiche e di luogo che ne fanno una sorta di minuzioso diario, rappresentano il fondamento della sua poesia e, per molti, di quella novecentesca.
Il poeta, rappresentante delle più feconde esperienze letterarie del Novecento italiano, crea, attraverso la sua opera, nuovi collegamenti con la tradizione poetica gettando le basi per l’esperienza più interessante della poesia contemporanea non solo italiana.
Risalendo dal Leopardi al Petrarca, in un continuo viaggio interiore tra i sentimenti e la memoria, Ungaretti punta sulla linea della poesia italiana ma interpreta la tradizione in un senso tutto suo personale. Al di là della tecnica e della metrica, il poeta troverà la sua ispirazione in fatti e valori universali, partendo però sempre dalla propria esperienza personale. L’opera di Ungaretti è infatti così connessa con la sua vita che non si può parlarne senza farvi un continuo riferimento. E’ questa la nota caratteristica, ciò che immediatamente salta agli occhi nella personalità di questo poeta.
Contemporaneamente cerca di unire alla sua modernità l’immagine classica che si ha del poeta, cioè di colui che prova a trasformare in versi la propria esistenza. Tuttavia il tratto autobiografico delle sue opere non è sterile registrazione di fatti quotidiani della vita, ma rivela il senso più profondo del racconto di se stessi nelle occasioni esistenziali. In Ungaretti dunque, vita e poesia coincidono in un dialogo senza intermediari tra l’io del poeta e la realtà.
“Il punto di partenza della poesia è la disperazione spinta ai suoi estremi”. Sono le parole di Ungaretti che indicano la caratteristica spirituale che è alla base della sua poesia.
Per entrare nell’opera di Ungaretti è necessario partire dalla sua concezione dell’uomo visto come “uomo di pena”, creatura generata e vissuta nel dolore. Proprio nella sofferenza però, l’uomo recupera i suoi sentimenti elementari, avverte la meraviglia di ogni oggetto che lo circonda, frammento di quell’ “immenso” che è gioia e allegria.
Tra questi due poli, l’allegria intesa come vitalità e il dolore, si snoda la linea dell’ispirazione ungarettiana e della sua spiritualità poetica. Questi due poli poetici sono perfettamente rappresentati dalla prima raccolta di Ungaretti dal titolo Allegria (1931), che comprende la prima fase della produzione poetica ungarettiana. Confluiranno infatti in questa raccolta le liriche de Il porto sepolto (1916) e di Allegria di naufragi (1919).
Arruolatosi, durante la Prima Guerra Mondiale, come volontario in un reggimento di fanteria, il poeta è inviato a combattere sul Carso ed è qui, sul fronte, che nascono nella loro forma originale e inconfondibile le liriche pubblicate poi ad Udine alla fine del 1916 con il titolo Il porto sepolto. Le trentadue liriche, tutte accompagnate da precise indicazioni cronologiche e di luogo che ne fanno una sorta di minuzioso diario, rappresentano il fondamento della sua poesia e, per molti, di quella novecentesca.
Quelle brevi composizioni dal linguaggio scarno ed essenziale, del tutto nuove nella poesia italiana, lo segnalò come l’iniziatore della corrente che fu detta Ermetismo. Lo stesso titolo della raccolta infatti rimanda a “ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile”. Il porto sepolto allude così al segreto della poesia, un segreto che si trova nell’ “abisso” in cui il poeta deve immergersi.
In ogni momento e in ogni lirica ci si imbatte in quella che è stata definita la “poetica dell’attimo”, tipica della prima ricerca ungarettiana. La parola infatti assume un valore improvviso di folgorante “illuminazione” e si identifica con l’ “attimo”. Ci dice lo stesso poeta: ”Di fronte alla morte nella trincea in cui nacquero le poesie di Allegria, bisognava scrivere svelto, scrivere l’essenziale”. Per la prima volta nel Novecento dunque la lirica acquista, con Ungaretti, un linguaggio adatto per esprimere le nuove intuizioni esistenziali.
Le poesie del Porto sepolto resteranno il nucleo centrale del secondo e più ampio volume Allegria di naufragi, pubblicato nel 1919, in cui il poeta aggiungerà poesie scritte a Milano nel 1914 e altre composte nell’immediato dopoguerra.
Anche in questo titolo Ungaretti sintetizza la concezione della vita che ha elaborato fino a quel momento. I “naufragi” sono i tragici eventi storici ed individuali che l’uomo è costretto ad affrontare; i superstiti, di fronte a questi naufragi, non si fermano ma anzi continuano il loro cammino con “allegria”verso altre esperienze di conforto o dolore.
Quei dolorosi anni, vissuti a contatto con la morte e con il sacrificio, uniranno alla sua maturità letteraria la forza per resistere allo smarrimento della guerra e del dopoguerra. Ultimo esempio di poesia “tradizionale”, le liriche di Ungaretti infatti, nell’affrontare i temi più attuali e brucianti, rivelano come loro più alta ambizione l’irriducibile fiducia nella parola del poeta, unico punto fermo nell’universale naufragio.
In ogni momento e in ogni lirica ci si imbatte in quella che è stata definita la “poetica dell’attimo”, tipica della prima ricerca ungarettiana. La parola infatti assume un valore improvviso di folgorante “illuminazione” e si identifica con l’ “attimo”. Ci dice lo stesso poeta: ”Di fronte alla morte nella trincea in cui nacquero le poesie di Allegria, bisognava scrivere svelto, scrivere l’essenziale”. Per la prima volta nel Novecento dunque la lirica acquista, con Ungaretti, un linguaggio adatto per esprimere le nuove intuizioni esistenziali.
Le poesie del Porto sepolto resteranno il nucleo centrale del secondo e più ampio volume Allegria di naufragi, pubblicato nel 1919, in cui il poeta aggiungerà poesie scritte a Milano nel 1914 e altre composte nell’immediato dopoguerra.
Anche in questo titolo Ungaretti sintetizza la concezione della vita che ha elaborato fino a quel momento. I “naufragi” sono i tragici eventi storici ed individuali che l’uomo è costretto ad affrontare; i superstiti, di fronte a questi naufragi, non si fermano ma anzi continuano il loro cammino con “allegria”verso altre esperienze di conforto o dolore.
Quei dolorosi anni, vissuti a contatto con la morte e con il sacrificio, uniranno alla sua maturità letteraria la forza per resistere allo smarrimento della guerra e del dopoguerra. Ultimo esempio di poesia “tradizionale”, le liriche di Ungaretti infatti, nell’affrontare i temi più attuali e brucianti, rivelano come loro più alta ambizione l’irriducibile fiducia nella parola del poeta, unico punto fermo nell’universale naufragio.
FONTE (photo include): Agora Magazine - Roma,Lazio,Italy
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